Non
è che sia cosa buona e giusta l'essere finito immobile in un quintale di gesso;
e anche se è bella la scultura, non può la santità essere reclusa dentro
quattro mura. Sarà anche bello stare sotto il capitello, ma dopo anni e anni,
tra ragnatele e muffe, come può un santo non arrivare a dire: uffa! Chissà
quale avventura, chissà che vita dura, tra sfide e ardite mosse, tra profezie e
percosse, osanna e irritazioni, eretici e questioni, preghiere e umiliazioni,
rinunce e ovazioni, deserti e patimenti, e poco pane ai denti, col cibo della
fede poi far testimonianza, più fede che creanza, per forza la credenza, le
folle a me attirate, e a Dio le ho rimandate; e tutto in movimento, veloce più
del vento; attento anche al rosario, ma specie missionario; miracoli giù a
iosa, ad augurar la sposa, ad affidar marito, a chi si vuol guarito, al ricco e
al perdente, al povero e al presidente; e tutti a far la fila, in procession
colonna, e qui dalla colonna mai più mi sposteran. Ahi, che santità perduta!
Non sono io quello di qui, non posso essere costì, non mi rispecchio in questo
sguardo, io con gli occhi invece ardo; non c'è riscontro in questa mole, io son
leggero del Signore; non mi rivedo in questo stile, mi sembra proprio d'esser
vile; non sono ad agio in chi si accosta, mi sembra sempre lo faccia apposta;
preferirei cadere giù e non far niente ora di più. Cadere a pezzi in questo
tempio, esser raccolto da questo scempio; tornare a vivere laggiù nel mondo,
per fare il santo fin nel profondo, essere accolto in umanità, questa è la vera
santità.